L’ ADHD vissuta da un bambino
A volte mi chiamano “disattento”, “agitato”, “impulsivo”. Io non so bene cosa vogliano dire queste parole, so solo che succede spesso che mi dicano di stare fermo, di ascoltare meglio, di pensarci prima. E io ci provo, davvero. Ma non sempre ci riesco.
Non sono sempre uguale. Ci sono momenti in cui la testa mi va veloce, saltella da un pensiero all’altro, e tutto intorno sembra chiedermi troppe cose insieme. In quei momenti faccio fatica a stare seduto, a seguire spiegazioni lunghe, a ricordarmi cosa devo fare per primo. Altre volte, invece, riesco a concentrarmi tantissimo, soprattutto quando qualcosa mi interessa davvero. Posso restare lì per ore, senza accorgermi del tempo che passa.
Mi accorgo che cambia molto anche dove sono e con chi sono. Se le regole sono chiare, se so cosa mi aspetta, se qualcuno mi spiega le cose un passo alla volta, mi sento più tranquillo. Se invece tutto cambia all’improvviso, se non capisco bene cosa devo fare, se sento solo rimproveri, allora mi confondo e mi agito ancora di più.
A volte sembra che gli adulti pensino che io lo faccia apposta. Ma non è così. Quando mi dicono solo cosa sbaglio, mi sento come se non andassi mai bene. Quando invece qualcuno si accorge anche di quello che riesco a fare, mi viene più voglia di provarci. Anche solo sentirmi dire: “Ho visto che ti sei impegnato” può fare una grande differenza.
Io non sono la mia difficoltà. Sono anche curioso, creativo, pieno di energia. Ho tante idee, a volte tutte insieme. Mi piace muovermi, sperimentare, capire le cose facendo. Se qualcuno mi aiuta a usare questa energia nel modo giusto, mi sento capace.
Quando gli adulti cambiano un po’ il modo di chiedermi le cose, anche io riesco a cambiare. Se mi danno tempo, se spezzano i compiti, se mi spiegano chiaramente cosa si aspettano, allora riesco meglio a controllarmi. Non perché improvvisamente divento “un altro”, ma perché l’ambiente mi aiuta.
Non voglio che l’ADHD sia un’etichetta che mi segue ovunque. Vorrei che fosse solo un modo per capire come funziono, non per decidere cosa posso o non posso fare.
Io sono più di questo nome. E quando qualcuno prova a conoscermi davvero, non solo a correggermi, mi sento meno solo e molto più capace di imparare.

